Grande iniziativa in città, fantastico!!!
Sfortunatamente, le condizioni di un padre non sono sempre favorevoli ai programmi dell’ultimo minuto e questo giro me lo sono perso, ahimè…
Insomma se ripensiamo al mio primo giudizio, dovrei starmene zitto dal momento che non ho visto niente e i corti non sono recuperabili perché copyrightizzati dall’Academy stessa che li blinda inderogabilmente (fatta eccezione per l’appunto del vincitore e a questo arriveremo tra poco). Mi rassicurava però l’idea che in sala fossero presenti 2 collaboratori di LifeIzShort, colleghi appassionati e competenti pronti per fare da occhi e orecchie per tutti noi. Il vecchio Lucio e l’instancabile Keyser!
A fine proiezione, questo era il loro giudizio:
Keyser assegnava il premio a Lou come miglior corto di animazione e a Watu/Wote per la categoria Live Action. Lucio non si sbilanciava sul vincitore della categoria animazione ma, oltre a sottolineare l’opera poco convincente di K.Bryant, assegnava una menzione speciale per la qualità grafica a Garden Party e si schierava, come Keyser, per Watu/Wote nella sezione Live Action.
Perbacco! A quanto pare un cortometraggio assolutamente da non perdere questo Watu/Wote!! Fate in modo di non mancare l’occasione se lo trovaste disponibile in rete o in qualche sala!!!
Passando attraverso gioie, dolori, infortuni, 5 titoli NBA e 2 titoli MVP (Most Valuable Player ovvero il premio più alto conferito al giocatore migliore della stagione) ascoltiamo le parole dello stesso Bryant, che recita la lettera intitolata proprio “Dear Basketball” e pubblicata nel 2015 dal The Players Tribune, nella quale il campione annunciava il suo ritiro dal mondo dello sport. Sotto la voce off scorrono i disegni a matita (in uno stile “non finito”) e in bianco e nero (tranne che per sporadiche macchie di colore, per lo più giallo e viola, che sono i colori ufficiali dei Lakers) di Glen Keane, illustratore navigato della Disney con all’attivo capolavori come La Sirenetta, Aladdin, La Bella e La Bestia e Tarzan.
Ma ad essere davvero onesti, Dear Basketball manca di qualcosa per essere un grande corto, un corto da Oscar! Perché se è innegabile che la storia sportiva di Kobe Bryant sia unica e meravigliosa come poche, è altrettanto vero che bastava leggere l’articolo originale per emozionare ed emozionarsi. Certo combinare musica o parole alle immagini è l’essenza stessa che conferisce superiorità al cinema. Però, a mio parere, non basta per consacrare un grande storia come grande film (o cortometraggio in questo caso).
Come dicevo all’inizio di questo articolo, è un mio parere e so di essere eccessivamente critico, prevenuto e scettico, talvolta. Ma l’Academy non è nuova, specie negli ultimi anni, a “consegnare” onorificenze di lusso (quale l’Oscar per l’appunto) a prodotti filmici che le garantiranno un equo e certo ritorno di visibilità, di prestigio e di “DINDINI” per la soddisfazione di entrambe le parti. Insomma, la valutazione positiva riguardo al fatto che un film ha o avrà un mercato proficuo per gli anni a venire, garantisce in qualche modo il bene placito degli amministratori alla vittoria finale.
Detto ciò, perché tanto sdegno? Perché se Kobe Bryant avesse scritto un vero capolavoro, o se lo scriverà in futuro, buon per lui. Gli facciamo tutti i nostri auguri per una nuova carriera professionale e attendiamo con trepidazione di assistere a magie sul grande schermo come quelle che facevano tremare il parquet dello Staples Center e non solo. Ma assegnare un premio così importante ad un’opera tutto sommato sottotono, purtroppo sa molto di accordo tra le parti, che trasforma un’icona internazionale sicura come Bryant in un testimonial perfetto, un influencer naturale che trascinerà migliaia di persone, forse milioni, a cercare il suo cortometraggio su internet e chissà, a riempire le sale in quello che sono certo sarà il suo primo lungometraggio (che nel frattempo avrà già firmato per la realizzazione…).
Alla fine, a pagare il conto restano gli autori piccoli, quelli che per emergere dall’ombra devono dannarsi come topi in fondo a un pozzo. Arrivare a un passo dal traguardo, per poi soccombere, guardando inermi l’avversario che li sorpassa con un motorino nascosto nella carena della bicicletta…
Complimenti Kobe, io però inseguo e percorro altre vie e sono le strade di Nobili Bassifondi!!!
Rachel Shenton ha mantenuto la promessa fatta alla piccola Maisie, quando ricevendo l’Oscar per Miglior Cortometraggio live action ha tradotto il discorso nella lingua dei segni, davanti a milioni di persone.
Rachel, attrice britannica, ha cominciato a scrivere “The Silent Child” quando suo padre diventò sordo dopo essersi sottoposto alla chemioterapia. Dopo la sua morte, Rachel divenne un interprete della lingua dei segni e non solo…
Divenne anche Ambasciatrice della National Deaf Children Society compiendo imprese come la scalata al Kilimangiaro o creando un social network per persone sorde per sensibilizzare la popolazione del Regno Unito sul tema.
Il regista del cortometraggio è Chris Overton, fidanzato di Rachel, alla sua prima prova dietro alla cinepresa. In passato ha lavorato con Joel Schumacher, Roman Polanski e preso parte al cast del film Pride di Matthew Marcus, vincitore ai Bafta nel 2014.
Fu difficile trovare i soldi ma grazie al crowfunding e alla vendita di cupcake riuscirono a far partire il progetto.
Per evitare l’isolamento relazionale bisogna inserire operatori che insegnano nelle scuole la lingua dei segni, anche ai bambini udenti. Perché se le persone sorde trovano un muro a comunicare è anche colpa nostra.
Recentemente la pagina del corto con l’aiuto della piccola Maisy ha lanciato la campagna social #DisabilityisDiversity. La ricchezza sta nella diversità.