Whiplash

(2013-2014) di Damien Chazelle

 

Esistono storie di corti, seppur rare, che stanno ai giovani cineasti come i precedenti giudiziari stanno agli avvocati nei processi.

 

Se prendiamo il caso di Damien Chazelle, che indubbiamente ha talento da vendere, ogni aspirante regista o sceneggiatore con una buona e solida idea in mano, dovrebbe fare propria questa storia per ingolosire e convincere ipotetici finanziatori.

 

Era il 2012 e Chazelle era l’ennesimo, quasi sconosciuto, aspirante regista negli States. Diciamo quasi perché, solo 24enne, nel 2009 aveva già prodotto, diretto e montato un mediometraggio sempre a sfondo musicale di gran gusto visivo e tematico: Guy and Medeline on a park bench.

 

Insomma è il 2012 e Damien ha pronta una bella sceneggiatura, solida e senza troppi fronzoli: Whiplash. Ispirata dalla sua personale esperienza come musicista alla high school, è la storia è semplice ma efficace di Andrew, promettente batterista jazz con grandi ambizioni e quella beata arroganza nei propri mezzi così forte quando si è giovani.

 

Entrato nell’esclusivo Shaffer, conservatorio Newyorkese tra i più prestigiosi dello stato, dovrà affrontare la perdita dell’innocenza come uomo e come musicista sotto la spietata educazione del temuto e rispettatissimo professor Fletcher.

 

L’insegnante è senza dubbio la migliore guida che si possa trovare, ma il suo metodo prevede la disgregazione delle certezze nell’allievo, l’annullamento di ogni frivolezza riguardo alla musica e il riconoscimento dei propri limiti a costo di condire il tutto facendo letteralmente volare sedie insieme a tante male parole…

 

La dignità stessa dell’individuo è ridotta così ai minimi termini, in un rapporto tra allievo e insegnante che diventa quasi sado-masochistico. Una sfida che, secondo Fletcher, solo chi davvero detiene il talento (o addirittura il genio) può superare e uscirne più forte.

 

Il giovane regista ha cercato inutilmente finanziatori per il progetto che però, forse perché scettici per l’ambientazione elitaria della storia o scoraggiati dagli scarsi proventi raggiunti dalla sua opera prima del 2009, hanno sbattuto la porta, chiuso a doppia mandata e negato altre udienze al giovane regista.

 

Ma Chazelle non si da per vinto, perché lui al progetto ci crede, e parecchio. Estrapola una scena dallo script (in effetti la più significativa e adatta alla durata di un cortometraggio) trova l’appoggio di una piccola crew ma soprattutto di un gruppo di attori professionisti (tra cui J.K. Simmons che certo non era uno sconosciuto a Hollywood e che si guadagnerà anche un Oscar nel conseguente lungometraggio) e partecipa al Sundance Film Festival.

 

Pioggia di premi, laudi e onori. I finanziatori escono dai loro mausolei e, come d’incanto, sono pronti a investire nel film…

 

 

Per chi avesse visto il film del 2014, si sarà subito accorto che il cortometraggio altro non è che una delle sue scene chiave. Identica è la dinamica, la regia, le battute e addirittura alcuni degli allievi orchestrali (oltre che J.K.Simmons nei panni del professore).

 

La sagacia di Chazelle lo ha indubbiamente guidato, facendogli capire che era inutile stravolgere la sua sceneggiatura originale, sperando di concentrare un film già fatto e finito in un corto di 20 minuti scarsi. Al contrario, scegliendo una delle scene madri (che pur da isolata resta efficace) centra il bersaglio e la sua tematica.

 

L’inaspettata audizione tra un ragazzo e il mondo adulto, prima ancora che di un musicista e il palcoscenico che conta. Una prova di resistenza tra se stessi e i propri limiti, da cui si può uscire solo fortificati o clamorosamente sconfitti. Il professore si trasforma velocemente da modello e mentore a nemico e sabotatore, deciso a trasmettere una disciplina musicale che va prima rispettata e compresa, prima di poterla interpretare a nostro piacimento (a dispetto di noi poveri ignoranti che releghiamo il jazz a pura e semplice improvvisazione…)

 

Se i toni del professore ricordano molto quelli del sergente Hartman di Kubrick – e non possiamo negarci qualche sorriso negli spietati insulti rivolti agli studenti – la riflessione che ne scaturisce tocca molti temi interessanti sia in ambito artistico che umano diventando un simbolico parallelo per tutti quegli ambiti in cui il livello che conta si innalza fino a diventare una classe elitaria, in cui per emergere, il margine di errore non deve quasi esistere. Quale che sia la disciplina, sport, musica o altro, l’esecutore che diviene un tutt’uno con la propria azione, potrà talvolta trasformare il caos in poesia.

 

 

 

Insomma, il film viene prodotto ed esce nel 2014, viene candidato all’Oscar come miglior film nel 2015 e si porta a casa 3 statuette tra cui il formidabile J.K.Simmons come attore non protagonista, montaggio e suono.

 

Il lavoro della produzione e di tutto l’apparato organizzativo e artistico è stato decisamente eccellente. Se pensate che Whiplash, con il suo low budget di circa 3,5 milioni di dollari, viene girato e montato a tempo record (10 settimane circa) viene presentato per tempo al Sundance Film Festival, ottenendo 3 premi che lo candidano per tentare la corsa alla statuetta più famosa di Hollywood, il risultato è davvero degno di nota.

 

Curioso notare che, tra i produttori esecutivi, risulta Jason Reitman, già “amico” e assiduo regista di Simmons in passato – Thank you for smoking (2005) Juno (2007) e Tra le nuvole (2009).

 

Non abbiamo trovato notizie certe ma è lecito pensare che, una buona parola messa dall’attore per convincere il suo amico produttore-regista per trovare i giusti mezzi ci sia stata…

L’attore protagonista del corto è un omonimo del professore (nella realtà) ma non risultano parenti. La parte di Andrew nel lungometraggio è passata invece a Miles Teller, che il regista aveva già contattato per il cortometraggio ma era risultato indisponibile per altri impegni professionali.

Brani jazz coinvolgenti e aneddoti su Charlie “Bird” Parker e Buddy Rich da godere e approfondire.