Fame Chimica

(1997 – 2003) di Paolo Vari e Antonio Bocola

 

Trovare del realismo in molte opere Italiane di oggi, che pretendono di essere forti e dure, è un’impresa sempre più difficile. Non è il caso, invece, di questa scritta e diretta da Vari e Bocola. Il progetto Fame Chimica nasce nel 1997 con un mediometraggio ambientato tra le dure strade del Giambellino, uno degli storici quartieri di Milano riconosciuti come malfamati e problematici.

 

Per 35 minuti seguiamo la vita di Manuel, un piccolo Ras di quartiere, pusher della piazza e di altri occasionali luoghi, come locali, discoteche e centri sociali. Intorno a lui si muovono molte altre personalità che vivono quotidianamente il ghetto, ma che, non per questo, significa pericolo per loro che ci sono cresciuti. Le possibilità e le intenzioni di cambiare sono poche per questi ventenni forse ingenui perché troppo isolati dal resto del mondo, ma anche così brutalmente maturi, perché di brutte cose ne hanno già viste troppe.

 

Quello che colpisce molto è che i protagonisti (tutti non professionisti) recitano e si atteggiano con un’incredibile naturalezza di fronte all’obiettivo, come se dietro al lavoro dei 2 bravi autori-registi non ci sia stato un vero e proprio script, quanto una sceneggiatura lavorata sullo stesso vivere quotidiano dei protagonisti. Qualche linea da seguire e tanta libertà agli stessi di esercitare il loro modo di essere.

 

Ovviamente tutto questo non è mai del tutto vero e chi abbia mai lavorato su un set sa bene quanto sia fondamentale seguire come si dice “il copione” il più possibile. Ma se il risultato è come quello raggiunto in questo caso, ci piace pensare a quanto gli autori siano stati bravi a mescolare le due cose: professionalità e improvvisazione.

 

Si apre e si chiude con i dialoghi a briglia sciolta dei protagonisti (e per come dicevamo poco fa rimane il dubbio se fossero per davvero recitati o reali…) passando attraverso ad una città che, pur essendo passati solo 20 anni, sembra già non esistere più: la musica anni’90, Writers che dipingono, breakdance sotto i portici, centri sociali come il Conchetta al pieno della sua attività e le forti differenze tra Alternativi, Zarri, Fighetti e altro…

 

 

Passano 6 anni e il progetto viene ripreso in mano. Questa volta i mezzi sono più sostanziosi, sufficienti per ampliare il tutto e distribuirlo. Lo sforzo economico e produttivo è il risultato del sodalizio Associazione Fame Chimica (di cui fanno parte molti attori e addetti ai lavori in generale) e della Cooperativa Gagarin.

 

Questa volta la stesura è nettamente più mirata e precisa, pur perdendo leggermente quell’autenticità e poesia dell’originale. La piazza, che è sempre a Milano ma alla Barona, diventa un vero e proprio centro nevralgico della vita di quartiere, dove si incontrano e si scontrano gli spiantati protagonisti, le rabbie dei commercianti per lo più esasperati dai disordini quotidiani e i nuovi immigrati, considerati dalla maggioranza come la causa di tutti i mali comuni. La polizia interviene spesso e a casaccio e i politicanti di turno in aria di elezioni comunali, abbracciano la proposta degli esasperati residenti di costruire una bella cancellata che altro non farà se non illudere qualcuno di stare meglio, costringendo in realtà l’intera comunità a isolarsi sempre di più.

 

A divincolarsi in tutto questo, stavolta c’è Claudio, vero protagonista e filtro attraverso cui passa la narrazione e fruizione dello spettatore. La sua voce off fa da guida nel racconto, il Manuel del corto precedente è sempre il pusher del quartiere e suo amico d’infanzia. A rischiare di incrinare la loro amicizia, oltre a tutti gli altri problemi, la bella Maya, giovane alternativa ritornata per poco nel quartiere prima di ripartire per Londra: innamorata del primo, affascinata dal secondo.

 

La differenza più interessante risiede proprio nel cambio di protagonista. Attraverso Claudio, infatti, un personaggio coerente e anche un pò idealista, il punto di vista del film e di chi lo guarda è più stimolante. Non stiamo più solo a sentire degli sfoghi e delle opinioni, ma ci confrontiamo proprio attraverso di lui che sceglie il più delle volte di prendere la strada meno battuta.

 

Inoltre l’impiego del ragazzo nel mondo del lavoro, introduce un altro argomento scomodo, quello dello sfruttamento e della dignità da preservare pur lottando per sopravvivere. Sullo sfondo, il desiderio costante di fuga, di cambiare finalmente vita, lontano da quelle cancellate, vere o mentali che siano, per non ritrovarsi come molti adulti e genitori (suo padre ad esempio…) cinquantenni remissivi e passivi, ipnotizzati dalla TV per il resto della vita.

 

Evidenti le contaminazioni dai vari film di genere su cui spicca su tutti L’Odio di Mathieu Kassovitz. Girato in varie zone di Milano tra cui si riconoscono Lampugnano, Bonola e ovviamente la Barona, mentre la piazza principale si trova in realtà a Quarto Oggiaro. Musiche di Zulù, leader dei 99 Posse e Gran Prix al Festival di Annecy 2004.